Contro i progetti inSani.
Per un’altra città.
La città è di tutti, non è di tutti la città?
Così dovrebbe essere, eppure così non è. Le cittadine e i cittadini stanno perdendo progressivamente il controllo e l’uso dello spazio pubblico: sempre meno pensato per i loro bisogni, sempre più sottratto al loro uso quotidiano.
Anche a Bologna, negli ultimi anni, abbiamo assistito a questo processo: gli spazi autogestiti sono stati sgomberati, l’amministrazione comunale ha promosso numerosi interventi edilizi del tutto inutili su parchi e giardini che ne hanno ridotto o alterato l’uso pubblico. Sempre più spesso le/gli abitanti devono organizzarsi per difendere questi spazi verdi, sempre più spesso devono fronteggiare l’indifferenza o l’aperta ostilità del Comune, che da tempo subordina gli interessi della collettività a quelli di soggetti privati che dalla città vogliono solo ricavare profitto.
Nel prossimo futuro questo esproprio non dichiarato dello spazio pubblico rischia di essere moltiplicato. In città, infatti, ci sono enormi aree pubbliche – come le ex caserme – che hanno esaurito la loro funzione originaria e sono abbandonate da anni. Il più delle volte sono nascoste da muri o recinzioni, non le vediamo, ne sappiamo poco o nulla. Il Comune sostiene che saranno “rigenerate” e “restituite” alla città. Ma queste sono parole vuote. I progetti finora noti raccontano una storia diversa.
È la storia, ad esempio, dell’ex Caserma Sani, abbandonata da più di vent’anni, che si estende per circa 10 ettari tra la Bolognina e la Fiera. Il piano di “rigenerazione” predisposto da Cassa depositi e prestiti (proprietaria dell’area) e dal Comune di Bologna prevede l’abbattimento di 391 alberi e la trasformazione dell’intera area in zona residenziale e commerciale, all’interno di un quartiere ad elevata congestione ed estremamente carente di spazi verdi. Viene elargita una spolverata di edilizia residenziale sociale (ben diversa da edilizia popolare!), concetto dai contorni nebulosi che viene usato di frequente per cercare di rendere appetibile ciò che è indigesto. Non è prevista nessuna funzione pubblica.
Più che una storia, un incubo.
Gli incubi, però, non piacciono a nessuno. Tutt* insieme possiamo scrivere una storia diversa, proprio a partire dalla Caserma Sani, un luogo da cui può nascere un’altra idea di città. Una storia a lieto fine, in tre capitoli.
Capitolo primo. Gli alberi rimangono dove sono
Il Piano regolatore del 1985 aveva destinato l’ex Caserma Sani a parco pubblico attrezzato con servizi pubblici. Ripartiamo da qui, da ciò che il Comune aveva promesso e poi ha dimenticato.
Il parco esistente ha una funzione rilevante per l’ecosistema del territorio, di conseguenza va interamente salvaguardato attraverso una manutenzione ecologica, la tutela della biodiversità, la gestione naturale dell’acqua.
Nelle zone in cui sono presenti sostanze inquinanti si può intervenire attraverso il fitorisanamento (una decontaminazione naturale basata sulla rigenerazione progressiva del terreno attraverso nuove alberature).
La zona adiacente alle ex officine Casaralta, dove il terreno è gravemente inquinato dal piombo (nell’indifferenza della proprietà e del Comune, che non hanno fatto nulla in tutti questi anni per rimuovere questa situazione di pericolo) deve essere immediatamente bonificata.
Capitolo secondo. Gli edifici storici dialogano con il parco
L’intera area deve essere esclusa da nuove edificazioni. Tra gli edifici esistenti – tutti vincolati per il loro valore storico-architettonico – andranno individuati quelli recuperabili, da mettere immediatamente in sicurezza per essere successivamente restaurati e destinati a usi sociali per la collettività. Possono diventare spazi per l’incontro e la socialità, le produzioni culturali indipendenti, le attività sportive, il gioco delle bambine e dei bambini, il piccolo commercio di vicinato, l’artigianato. Spazi per una biblioteca di quartiere o per un ambulatorio di medicina preventiva. Spazi per la vita quotidiana, le relazioni, la comunità. Spazi aperti sul parco.
Capitolo terzo. La gestione dello spazio è in mano alle comunità locali
L’intera collettività può essere coinvolta nella gestione dell’ex Caserma Sani. Perché questo avvenga è necessario uno sforzo di immaginazione: bisogna costruire una forma di gestione nuova che – nonostante abbia solide basi giuridiche – viene ignorata dalle amministrazioni locali, sempre più orientate verso gestioni centralizzate e governate dall’alto. Si tratta di pensare agli usi collettivi, forma peculiare di gestione dei beni comuni fondata sui principi dell’autogestione, della cooperazione, del mutualismo e dell’autodeterminazione.
Questa forma di gestione capovolge la visione oggi predominante, spacciata in modo fraudolento come l’unica possibile, che concepisce la valorizzazione dei beni pubblici solo in termini di redditività economica. Al contrario: i beni pubblici generano redditività sociale, una redditività che non deriva dal denaro ma dal soddisfacimento dei bisogni materiali e immateriali espressi dalle comunità locali e dalla loro capacità di promuovere idee, legami, coesione e attivismo sociale.
Si può fare!
Si può fare. E si può fare presto.
Non dobbiamo farci ingannare dalla retorica della “rigenerazione”, utilizzata per mascherare interessi privati.
Non dobbiamo subire il ricatto dell’emergenza abitativa: il problema della casa non si affronta abbattendo alberi, privatizzando gli spazi pubblici e regalando cospicui guadagni a famelici attori privati.
Non dobbiamo subire il ricatto della “sostenibilità economica”: non è vero che un progetto di riuso delle aree abbandonate possa essere realizzato solo con l’intervento di capitali privati, generosamente remunerati attraverso la svendita e la cementificazione del patrimonio pubblico.
L’intera area deve rimanere di proprietà pubblica e deve essere interamente destinata a un grande parco aperto a tutt* e a funzioni sociali che rispondano ai bisogni di chi abita il territorio.